E se ci stessimo dimenticando di vivere ed essere felici?

Spesso ci dimentichiamo come vivere, lasciandoci prendere dalla pesantezza di tutti i giorni, dai problemi, dalle avversità, rincorrendo la felicità come qualcosa di magico e irraggiungibile. Nella nostra cultura, oltretutto, spesso si ha una sorta di diffidenza nei confronti della felicità, come se il perseguirla equivalesse ad un atteggiamento di evasione rispetto ad un mondo dove c’è fame, guerra, problemi. In questo senso, sembra quasi che ci si colpevolizzi nel perseguire la felicità, come se questo significasse scappare dalla problematicità, motivo per cui l’essere felici sembra sia qualcosa di tanto effimero che se ne può parlare solo al passato, con nostalgia, o al futuro, come un sogno, ma non se ne può parlare al presente. Allora occorre cambiare prospettiva ed accettare che vi sia mescolanza tra dolore e felicità, che l’una non precluda l’altro, come afferma Nietzsche: “Felicità e infelicità sono due sorelle, e gemelle, che crescono insieme o, come nel vostro caso, insieme, restano piccole!”. E citando sempre Nietzsche, vorrei ricordare quando parla della “lievità”, idea di felicità dionisiaca, demoniaca, espressa con la metafora del volo, della danza e del riso, da non confondersi con la “leggerezza” e da non disgiungersi dalla “serietà”. Chi ha lievità è un serio che è capace di ironia, di riso, di volo perché è capace di prendere le distanze da tutto ciò che è pesante e indotto. L’importante è che non si pretenda di saper volare subito, prima occorre stare in piedi, camminare, correre, allenarsi, poi si è in grado di spiccare il volo. Secondo Nietzsche, la felicità si identifica con la conoscenza, il dolore, la ricerca, la volontà di dare; quando si ha lievità, si ha la volontà di donare perché la felicità nel donare agli altri non impoverisce. In tale senso Nietzsche fa spesso riferimento al sole che irradia, dà luce e calore, ma non ne perde.
E parlando di questo, mi viene in mente che per essere felici ci vuole poco, basta lasciare la pretesa di esserlo per sempre e di raggiungere la felicità come un traguardo guadagnato e preteso. Pietrificarsi nella speranza che la felicità non svanisca non serve, infatti basta un attimo perché la vita cambi e arrivi qualcosa che ci addolori, ci impaurisca e rompa i nostri progetti e sogni. Qualcuno ha detto “La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati in altri progetti”; in effetti è così e dipende da noi come affrontiamo ciò che arriva, ci capita, irrompe nel nostro presente.
Dipende da noi ricercare e miscelare momenti di felicità e momenti di dolore; in ognuno dei due aspetti c’è spazio per l’altro, occorre solo guardare in altro modo e in altri punti, anche dove sembra ci sia più oscurità, o dove non riusciamo ad accettare che qualcosa ci sciupi la festa. Mi vengono in mente i racconti di Katherine Mansfield, diario della sua lontananza da casa perché malata e bisognosa di cure. Essa aveva grande capacità di nutrire speranza e attesa, soprattutto riguardo alle visite del marito; per lei avere speranza era un’esperienza di felicità, nonostante fosse vicina alla morte. E racconta che vedere partire il marito era un momento doloroso, ma conteneva la felicità del prepararsi al suo ritorno, in un’attesa che la emozionava sempre di più. E quando finalmente arrivava, e la felicità era completa, c’era già un piccolo dolore che si insinuava ricordandogli che di lì a poco sarebbe ripartito.
In questo senso, poi, ecco che mi viene alla mente la volpe del Piccolo Principe, che gli dice: “…se tu vieni, per esempio, tutti i giorni alle quattro, dalle tre comincerò ad essere felice. Con il passare delle ore aumenterà la mia felicità. Quando arriveranno le quattro comincerò ad agitarmi ed inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità!”. Alla fine, quando il Piccolo Principe partirà, la volpe piangerà, ma avrà guadagnato il colore del grano.
E ancora, un altro esempio, Rainer Maria Rilke, che, nell’epistolario con Lou Salomè parla del piccolo anemone che si era talmente aperto da non riuscire più a richiudersi per la notte. È vero che era straziante vederlo così lacerato ma, nel suo aprirsi alla luce ed al calore del giorno, aveva catturato tanto più sole di tutti gli altri “…saggi fratelli, ognuno chiuso nella sua piccola misura di abbondanza”. Nel suo desiderio di felicità nel prendere luce e calore, il piccolo anemone subiva, adesso, il dolore della notte.
Tutti noi, se ci pensiamo e ci ascoltiamo, possiamo ritrovare tanti momenti, situazioni, comportamenti, che ci provocano dolore e felicità. Li riconosciamo? Diamo loro valore all’interno della nostra vita? Riusciamo ad armonizzarli? Ci accorgiamo di vivere?
La mia proposta è quella di fermarci e provare ad ascoltarci, guardarci, osservare il nostro scorrere nella vita senza farci portare dagli eventi come sassi che rotolano. Fermiamoci, respiriamo, prendiamoci un momento per noi, respiriamo, ascoltiamo ciò che accade dentro di noi, ciò che sentiamo…

Giulia Checcucci

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