Riflessioni al concerto

RIFLESSIONI AL CONCERTO (è di 3 anni fa ma mi piaceva metterlo)
10 giugno 2012, ore 20.30, un boato allo stadio, Bruce Springsteen e la E Street Band salgono sul palco. Dal Pit, lo spazio proprio sotto il palco, arrivano urla, mani protese, un delirio di colori, cartelli, applausi. Due minuti prima, dalla maratona partiva la Ola, i cori; dieci minuti dopo una pioggia torrenziale, si abbatteva su tutti, salvi solo quelli in tribuna.
C‘ero anche io in tribuna; quando ho comprato il biglietto ho pensato che me ne sarei stata seduta a sentire il concerto, mentre invece sono stata in piedi, saltando e ballando, applaudendo, coinvolta dall’energia di una musica che ha il potere di portarti lontano, con la mente e con il cuore, facendo vibrare il corpo tanto da non poterlo tenere fermo. Fortunatamente in tribuna, perché mi sono risparmiata tre ore di pioggia anche se l’ho presa tutta uscendo; il fatto era che mi sentivo così carica di emozioni ed energia che anche essere completamente bagnata, in mezzo a migliaia di persone che come me dovevano prendere un autobus per tornare all’auto, in puro stile “assalto alla diligenza”, è stato divertente. Comunque, la prossima volta vado nel prato, così posso ballare e saltare quanto mi pare senza stare attenta a non ammazzarmi inciampando sui sedili della tribuna!
Vi chiederete, perché scrivere di un concerto in una rivista che tratta di dipendenze, famiglia, giovani, disagio? Perché domenica sera ho potuto osservare, sentire, riflettere, sui giovani, la famiglia, la dipendenza. E la vita e la morte. Ogni minuto del concerto mi ha offerto la possibilità di riflettere, spesso con molta emozione, con il groppo alla gola, su vari aspetti della vita, del mio lavoro, delle persone che incontro e di quelle che, purtroppo, sono solo nel mio cuore.
La prima cosa che mi ha colpito è stato vedere una folla multiforme, di tutte le età, dal bambino al nonno, genitori, zii, anziane signore scatenate sugli spalti al ritmo della musica. Intere famiglie, unite dall’amore per Bruce, per la sua musica, per la storica E Street Band. Quindi, la musica unisce, crea legami, è come un filo che attraversa in maniera trigenerazionale la vita delle persone. Qualunque essa sia, può essere un tramite, un mezzo, un ponte per unire due realtà lontane, un padre un figlio, una coppia, dei fratelli. Davanti a me una famiglia, babbo, mamma, figlio grande, adolescente, e figlia piccola, circa 12 anni. Ridevano, ballavano, si guardavano, erano felici, e non era la pubblicità della Barilla, erano veri! E poi, ad un certo punto, Bruce solleva un ragazzino da sotto il palco, anche lui sui 10- 11 anni circa, e gli dà il microfono. Canta, il piccolo, benissimo, due strofe della canzone. Applausi a scroscio, Bruce lo prende sulle spalle e poi lo rende ai genitori. Immagino che qualcuno possa pensare a loro come a due scellerati che hanno tenuto un figlio piccolo sotto la pioggia per tre ore; io ho pensato che questo ragazzino ricorderà per tutta la vita un’esperienza unica che i suoi genitori gli hanno regalato, mettendo in secono piano il fatto che forse avrebbe preso un raffreddore. Ma si sa, le difese, con la felicità si alzano e credo che quel figliolino sarà stato benissimo!
Guardando questa scena e ascoltando dentro di me l’ammirazione per due genitori coraggiosi e un po’ fuori dagli schemi, riflettevo su quanto sia difficile questo tipo di operazione in un mondo dove si tende all’omologazione. E mi è venuto in mente che la sera prima ero a Virus libro dove ho ascoltato Fulvio Ervas che presentava il suo libro “Se ti abbraccio non avere paura”, la storia di un padre che per tre mesi ha viaggiato in moto per l’America del Nord e del Sud, con suo figlio, autistico. Un padre coraggioso che ha avuto la forza di uscire dagli schemi e di vivere tre mesi dove “…la normalità è abolita, e non si sa più chi è diverso”.
Coraggio, schemi rotti, disinibizione. Ritrovare il proprio bambino interno, la capacità di essere spensierati, divertirsi, come tutti quei ragazzi che correvano e ballavano nel prato sotto la pioggia. Come le signore in twin set e pantaloncino di gabardine, che ballavano ridendo, applaudendo, urlando. In un attimo non c’erano più il peso degli anni, i chili in più, la menopausa, le rughe, c’era solo energia, energia pura. Quell’energia che fa cantare Bruce senza risparmiarsi, muovendosi sul palco come solo lui sa fare, incontrando le persone del pubblico, ascoltando le loro richieste di canzoni fatte attraverso cartelli. Bruce, “64 anni e non sentirli”! E allora è partita un’altra riflessione: non c’è droga migliore dell’energia di una persona, della lucidità con cui si sente tutto, dei sensi accesi, attenti, che captano qualsiasi cosa e la trasformano in sensazioni ed emozioni. Perché le droghe, che tanti giovani e non, credono possano aiutare ad aumentare le sensazioni, è vero, sì, possono amplificarle, ma possono anche farle dimenticare, come l’alcol, o lasciare una sensazione di spossatezza, come quelle eccitanti. L’energia, quella vera, la nostra, rimane, anche per giorni, e nutre.
E un’ultima riflessione sulla vita e la morte: nel sentire tutta quell’energia, ho ringraziato la vita di permettermi ancora di fare tutto questo, di poter vivere a pieno ogni momento. Il mio pensiero è corso immediatamente a chi non ce l’ha fatta, a chi si è perso per strada, a chi ancora lotta con un mostro terribile dentro di sé, a chi non c’è più. E quando sono passate sul mega schermo le immagini di Clarence Clemons, mitico sassofonista e icona della E Street Band, morto un anno fa, ho sentito davvero un grande groppo alla gola che si è sciolto solo guardando Jack Clemons, nipote di Clarence, suonare il sax, come lo zio. Anche lui nero, alto, grosso, ha cantato con Bruce e mi ha dato la sensazione di un qualcosa che continua, la vita dopo la morte, un’eredità che passa e porta il ricordo lontano e presente nello stesso tempo. Vita e Morte, Eros e Tanatos, sempre insieme, unite da un legame indissolubile.
Ecco, questo è quanto; le luci si sono spente, Bruce è ripartito, nello stadio è tornato il silenzio. Nel mio cuore, ancora le emozioni di quella sera, i pensieri, le riflessioni. Grazie, grazie alla vita, “Gracias ala vida”, come cantava Violeta Parra, grazie davvero!

Giulia Checcucci

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